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Cover Editorial Paper — Dire che usi l'AI non è un disclaimer: è una scelta di fiducia (Art. 50 in pratica)
AI & Automazione

Dire che usi l'AI non è un disclaimer: è una scelta di fiducia (Art. 50 in pratica)

24 giugno 2026|13 min di lettura|Giovanni Liguori
Contenuto assistito da AI

TL;DR

Se l'AI entra in una prestazione o in un contenuto pubblico, in alcuni casi devi dichiararlo. In Italia l'obbligo c'è dal 2025, l'Art. 50 dell'AI Act arriva il 2 agosto 2026. Non va etichettato tutto: dichiararlo prima è competenza, non burocrazia.

Se usi l'AI nel tuo lavoro e il risultato arriva a un cliente o al pubblico, in alcuni casi sei obbligato a dirlo. In Italia l'obbligo c'è già: la legge nazionale sull'intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025, chiede al professionista di informare il cliente, per iscritto, quando usa strumenti di AI nell'incarico. Dal 2 agosto 2026 si aggiunge l'Art. 50 dell'AI Act europeo. Non va etichettato tutto. Il punto è sapere dove passa il confine.

La cosa è questa: per mesi la trasparenza sull'AI è stata trattata come una questione morale, roba da convegno. Adesso è una riga su un mandato. Cambia il registro. Non è più "sarebbe carino dirlo", è "il cliente ha diritto a saperlo prima di firmare".

E la maggior parte dei freelancer e delle PMI con cui parlo scopre questa cosa nel momento sbagliato: quando un cliente chiede, a metà progetto, "ma questo l'hai scritto tu o l'ha scritto la macchina?". A quel punto non stai facendo trasparenza. Stai facendo damage control.

Cosa cambia davvero il 2 agosto 2026?

Il 2 agosto 2026 diventa applicabile l'Art. 50 dell'AI Act, la parte del regolamento europeo dedicata agli obblighi di trasparenza. Non è la parte sui sistemi ad alto rischio, che è un'altra cosa e ha una scadenza diversa più avanti. L'Art. 50 riguarda una situazione molto più comune: tu usi l'AI, e dall'altra parte c'è una persona che ha diritto di sapere che sta interagendo con una macchina o leggendo qualcosa che la macchina ha prodotto.

Le situazioni che il regolamento mette nero su bianco sono quattro, e conviene leggerle pensando al proprio lavoro reale, non in astratto:

1) **Chatbot e assistenti conversazionali.** Se metti un assistente AI sul sito che risponde ai clienti, la persona deve capire che sta parlando con un sistema, non con te. Salvo i casi in cui è ovvio per chiunque.

2) **Contenuti generati o manipolati.** Testo, immagini, audio, video prodotti dall'AI e destinati al pubblico vanno marcati in modo che siano riconoscibili come artificiali, anche a livello tecnico, leggibile da una macchina.

3) **Deepfake.** Se generi o manipoli un'immagine, un audio o un video che sembra reale ma non lo è, devi dichiararlo. Questa è la parte che fa più paura ai non addetti, ma è anche la più intuitiva.

4) **Riconoscimento emozioni e categorizzazione biometrica.** Più di nicchia, ma se usi sistemi che leggono lo stato emotivo o categorizzano le persone su base biometrica, chi è esposto va informato.

Per la marcatura tecnica dei contenuti generati la Commissione europea sta lavorando a un Codice di condotta sull'etichettatura, che dovrebbe rendere più concreto il "come". Quindi una parte del meccanismo è ancora in costruzione. Ma la regola di principio è già lì, con una data sopra.

L'Italia è già un passo avanti (e quasi nessuno lo sa)

Qui c'è il dato che sposta il discorso dal "preparati per l'anno prossimo" al "sei già dentro". L'AI Act europeo arriva ad agosto 2026, ma l'Italia ha approvato una sua legge nazionale sull'intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025.

Quella legge dice due cose che ti riguardano in modo diretto se lavori come professionista:

1) **L'AI è uno strumento di supporto, non un sostituto.** Non può rimpiazzare il lavoro intellettuale, la valutazione critica e la responsabilità diretta di chi firma la prestazione. Tradotto: la macchina può fare la bozza, ma la testa che decide e la firma che risponde restano le tue.

2) **Devi informare il cliente, prima, per iscritto.** Il professionista deve dire in modo chiaro e comprensibile che userà strumenti di AI nell'esecuzione dell'incarico, e con quali finalità.

Diversi ordini professionali (commercialisti, avvocati, architetti, ingegneri, periti) hanno già aggiornato codici di condotta e fornito modelli di informativa. Per l'obbligo informativo, allo stato, non è prevista una sanzione specifica. Ma attenzione a non leggerlo come "allora posso ignorarlo": la responsabilità civile e disciplinare sull'output finale resta tutta in capo a te. Se la macchina sbaglia e il cliente ci rimette, non puoi scaricare la colpa sul modello. Il modello non firma niente.

Il collo di bottiglia, qui, non è la norma. È che la maggior parte dei professionisti non l'ha ancora trasformata in un gesto operativo. Una riga nel mandato e un campo nel preventivo risolvono il 90% del problema. Se vuoi il quadro più ampio della compliance per chi lavora senza un ufficio legale alle spalle, ne ho scritto nella guida pratica all'AI Act per freelancer e PMI.

Quando sei obbligato a dichiararlo, e quando no

Qui sta la parte che sgonfia l'ansia. Perché la paura tipica è "devo mettere un bollino su ogni email che mi aiuta a scrivere Claude?". No. Distinguiamo il sintomo dalla causa.

Il sintomo è "ho usato l'AI". La causa che fa scattare l'obbligo è un'altra: **c'è una persona dall'altra parte che, senza una dichiarazione, verrebbe ingannata su cosa sta leggendo, con chi sta parlando, o di chi è il giudizio dietro una prestazione.** È quello il confine.

Casi in cui la dichiarazione serve, in pratica:

1) Una prestazione professionale (una consulenza, un progetto, una perizia, un parere) in cui l'AI ha avuto un ruolo nell'esecuzione. Qui scatta l'informativa italiana al cliente.

2) Un contenuto pubblico che sembra prodotto da un umano o che rappresenta qualcosa di reale, mentre è generato o manipolato. Qui scatta l'Art. 50.

3) Un assistente automatico che parla con i tuoi utenti al posto tuo.

Casi in cui, ragionevolmente, non devi mettere alcuna etichetta:

1) Usi l'AI per rileggere una tua bozza, sistemare la sintassi, fare un riassunto interno che non esce dal tuo studio. Lavoro di retrobottega, non prestazione consegnata.

2) Usi l'AI per organizzarti i task, generare idee che poi rielabori e fai tue. Lo strumento è uno strumento, come lo è un foglio di calcolo.

3) Il contesto rende ovvio a chiunque che si tratta di AI (un generatore di immagini dichiarato come tale, per dire).

La regola mentale che uso io, dopo aver portato in produzione le mie 21 automazioni: chiediti se una persona che scopre dopo il ruolo dell'AI si sentirebbe presa in giro. Se la risposta è sì, dichiaralo prima. Se la risposta è no, stai usando uno strumento, non nascondendo un autore.

Come si dichiara, concretamente

Le aziende complicano questa parte perché la trattano come un problema legale. Non lo è quasi mai. È un problema di copy e di processo.

Per la prestazione professionale (obbligo italiano), basta una riga nel mandato o nel preventivo. Qualcosa come: "Nell'esecuzione dell'incarico potrò utilizzare strumenti di intelligenza artificiale come supporto. La valutazione, le decisioni e la responsabilità del lavoro restano interamente mie." Chiara, preventiva, scritta. Tre aggettivi, tre requisiti coperti.

Per i contenuti pubblici, la trasparenza è già una pratica diffusa prima ancora che obbligo. Sul sito e nel blog, per esempio, dichiaro il livello di coinvolgimento dell'AI in ogni articolo. Non è una postilla nascosta in fondo, è un campo strutturato, leggibile anche da una macchina. Questo anticipa esattamente quello che l'Art. 50 chiede per i contenuti generati: marcatura riconoscibile, non un disclaimer sepolto.

Per i chatbot, la dichiarazione è la prima frase: "Ciao, sono un assistente AI." Costa una riga di testo e ti toglie un problema intero.

Tre cose da non fare, perché le vedo fare di continuo:

1) Non scrivere "questo testo potrebbe contenere elementi generati da AI" a fondo pagina in grigio chiaro su bianco. È trasparenza per finta. Se la dichiarazione esiste solo per coprirti, si vede.

2) Non aspettare la domanda del cliente. La trasparenza che arriva dopo la richiesta non è trasparenza, è una giustificazione.

3) Non confondere "uso l'AI" con "il lavoro è dell'AI". Sono due claim diversi. Il primo è onesto e quasi sempre apprezzato. Il secondo, se non è vero, è un autogol che ti svaluta.

Un esempio concreto, dal vivo

Prendo un caso che vedo spesso, anonimizzato. Una consulente di marketing usa l'AI per produrre la prima stesura dei piani editoriali dei suoi clienti. Li rilegge, li corregge, li adatta al tono di ogni brand, e poi li consegna. Lavoro serio, AI come acceleratore. Per mesi non ha detto niente a nessuno, non per malafede, ma perché non le sembrava rilevante. È il suo metodo, mica un trucco.

Poi un cliente, durante una call, le chiede a bruciapelo: "ma questi piani li scrive un tool?". E lì il problema non è la risposta. È il silenzio di un secondo prima della risposta. Quel secondo dice al cliente "non te l'avevo detto". Da quel momento ogni consegna successiva viene guardata con un filo di sospetto in più.

La soluzione è stata banale, e l'ha messa in piedi in un pomeriggio:

1) Una riga aggiunta al contratto: "Uso strumenti di AI come supporto alla produzione delle bozze. Strategia, adattamento e responsabilità finale sono miei."

2) Una frase detta a voce nella prima call con i nuovi clienti, prima che lo chiedano loro.

3) Zero etichette sui contenuti interni di lavorazione, perché lì non serve.

Risultato osservato da lei: nessun cliente si è tirato indietro, e due hanno commentato che apprezzavano la chiarezza. Il discorso è che la trasparenza dichiarata prima sposta la conversazione da "mi stai fregando?" a "ok, e tu cosa ci metti di tuo?". La seconda è una domanda a cui un professionista vero risponde volentieri.

Sulla marcatura tecnica dei contenuti pubblici, invece, conviene non improvvisare. La parte dell'Art. 50 sui contenuti generati chiede che la marcatura sia leggibile da una macchina, non solo dall'occhio umano. Tradotto: non basta scrivere "creato con AI" nella didascalia, il segnale deve poter essere riconosciuto a livello di metadato. È esattamente la parte che il Codice di condotta europeo sull'etichettatura sta definendo, ed è il motivo per cui su un contenuto pubblico la dichiarazione strutturata vale più di una nota a piè di pagina.

Diligence: la trasparenza è una competenza, non un adempimento

Faccio un passo indietro sul perché questo articolo esce dentro una serie sull'alfabetizzazione AI e non in una rubrica legale.

C'è un framework che mi è tornato utile per ragionare su cosa significa lavorare bene con l'AI: i quattro D dell'AI Fluency, sviluppato dai professori Rick Dakan e Joseph Feller in collaborazione con Anthropic. Le quattro competenze sono Delegation (decidere cosa delegare), Description (saper descrivere il problema), Discernment (valutare l'output) e Diligence (usare l'AI in modo responsabile). La trasparenza vive nell'ultima, la Diligence.

E qui c'è il reframe che secondo me conta. La disclosure non è la tassa che paghi per usare l'AI. È il segnale che hai capito dove finisce lo strumento e dove inizia la tua responsabilità. Un professionista che dichiara come usa l'AI sta dicendo al cliente una cosa precisa: "so esattamente cosa ho delegato e cosa no, e di tutto rispondo io". Questo è il contrario della sciatteria. È competenza che si vede.

Questa è la stessa logica che ho approfondito quando ho scritto del rispondere di quello che l'AI produce: la responsabilità non si delega insieme al task. La trasparenza è il modo in cui quella responsabilità diventa visibile prima che il cliente debba chiederla.

L'alfabetizzazione AI, tra l'altro, non è un consiglio. È un obbligo europeo da febbraio 2025 (Art. 4 dell'AI Act): chi usa l'AI a livello professionale deve avere un livello adeguato di competenza. Saper gestire la trasparenza è un pezzo concreto di quella competenza. Non un di più.

Cosa NON è obbligatorio (per togliere la paura giusta)

Chiudo sgonfiando tre allarmi che girano e che fanno più danno della norma stessa.

1) **Non scatta nessuna catastrofe il 2 agosto per chi usa l'AI normalmente.** La parte dura del regolamento, quella sui sistemi ad alto rischio, ha una tempistica diversa e più lunga. Se generi contenuti o fai consulenza con l'AI come supporto, sei nel perimetro della trasparenza, non in quello dell'alto rischio.

2) **Non devi diventare un esperto di diritto.** Devi fare due gesti: una riga nel mandato e una marcatura sui contenuti pubblici. Il resto è igiene, non burocrazia.

3) **Non c'è una sanzione automatica sull'informativa italiana.** Ma il rischio vero non è la multa. È la fiducia. Un cliente che scopre da solo che gli hai consegnato output AI senza dirlo non ti fa causa. Smette di chiamarti. E nel lavoro da freelancer la reputazione è l'unico asset che non puoi automatizzare.

La conseguenza concreta, se non agisci adesso, è semplice: tra qualche mese ogni concorrente serio avrà la sua riga di trasparenza nel mandato, e tu sarai quello che la mette di corsa perché un cliente l'ha chiesta. Arrivare per primo su questa cosa costa cinque minuti. Arrivare ultimo costa credibilità.

La trasparenza sull'AI non è il prezzo che paghi per usarla. È la prova che sai usarla.

Se vuoi capire dove sei messo rispetto a tutto questo senza leggerti il regolamento riga per riga, ho preparato un self-check gratuito sull'AI Act: poche domande, e capisci quali obblighi ti riguardano davvero e quali no.

Chi scrive: sono Giovanni Liguori, lavoro come AI Automation Architect e porto in produzione automazioni AI per freelancer e PMI. Profilo e contatti su chi sono.

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§ 11 · Domande Frequenti
Domande frequenti

Domande Frequenti

Q.01Devo dichiarare ai clienti che uso l'AI?

Sì, se l'AI entra nell'esecuzione di una prestazione professionale. La legge italiana sull'AI, in vigore dal 10 ottobre 2025, chiede di informare il cliente prima, per iscritto e in modo chiaro. Basta una riga nel mandato o nel preventivo.

Q.02Cosa cambia con l'Art. 50 dell'AI Act dal 2 agosto 2026?

Diventano applicabili gli obblighi di trasparenza europei: chatbot riconoscibili come AI, contenuti generati o manipolati marcati in modo leggibile anche da una macchina, e deepfake da dichiarare. Non riguarda i sistemi ad alto rischio, che hanno una scadenza diversa più avanti.

Q.03Devo etichettare ogni testo in cui mi aiuta l'AI?

No. Il lavoro di retrobottega (bozze interne, riletture, riassunti che non escono dal tuo studio) non richiede etichetta. L'obbligo scatta quando una persona, senza dichiarazione, verrebbe ingannata su cosa legge, con chi parla o di chi è il giudizio dietro una prestazione.

Q.04C'è una sanzione se non informo il cliente?

Per l'obbligo informativo italiano, allo stato non è prevista una sanzione specifica. Ma la responsabilità civile e disciplinare sull'output finale resta tua, e il danno vero è alla fiducia: un cliente che lo scopre da solo smette di chiamarti.

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